Google dice addio a google.it

google it
Indice

Nel corso degli ultimi anni, Google ha compiuto una trasformazione silenziosa ma profonda nel modo in cui il suo motore di ricerca gestisce la localizzazione dei risultati. Ora, questa evoluzione si concretizza in un cambiamento che tocca direttamente anche la user experience: l’addio ai domini locali, come google.it. Una decisione che, sebbene apparentemente tecnica, ha implicazioni interessanti dal punto di vista digitale, comunicativo e strategico.

Leggi la nota ufficiale dal blog di Google

Cosa succede a google.it?

Nei prossimi mesi, digitando “google.it” nel browser, gli utenti verranno automaticamente reindirizzati a “google.com”. Questo cambiamento non riguarderà solo l’Italia: Google ha annunciato la progressiva eliminazione di tutti i ccTLD (country code Top-Level Domains), ossia i domini nazionali come google.fr, google.de, google.com.br e così via.

Questo passaggio rappresenta una nuova fase dell’esperienza di ricerca: più centralizzata, più coerente, ma comunque geolocalizzata. I risultati continueranno infatti a essere pertinenti rispetto all’area geografica dell’utente, ma non sarà più necessario passare da un dominio nazionale.

Perché Google ha preso questa decisione?

Per capire meglio, è utile fare un passo indietro precisando cosa sono i ccTLD.

Un ccTLD è un dominio di primo livello (TLD) che indica un paese o una posizione geografica del sito web. Questi “codici paese” TLD aiutano gli utenti di internet a capire dove si trova l’entità di un sito web. I TLD sono un componente chiave dell’URL di un’azienda, in quanto parte dell’identità aziendale. Se un’azienda desidera rendere più distintivo il suo URL, oltre a “.com”, potrebbe voler ottenere un sito web con un ccTLD.

A maggio 2017 esistevano 255 ccTLD di due caratteri per i paesi che utilizzano l’alfabeto latino. A giugno 2020, il numero totale di ccTLD per tutti i paesi che usano alfabeti latini e non latini era 316. I primi risalgono all’RFC 1591, un documento redatto da Jon Postel, lo scienziato informatico americano protagonista indiscusso nella standardizzazione di internet ai suoi inizi.

Nel 1994, Postel descrisse la struttura della gerarchia del sistema dei nomi di dominio (DNS) di internet, una sorta di Costituzione per le persone che prendono decisioni su come funziona internet.

Uno di questi gruppi di persone si chiama Internet Assigned Numbers Authority IANA ed è responsabile del coordinamento generale degli indirizzi IP e del DNS.  Altre organizzazioni, tra cui InterNIC, RIPE NCC e APNIC, gestiscono la struttura dei TLD mondiali.

In passato, i ccTLD servivano a Google per differenziare l’esperienza di ricerca in base alla nazione. Google.it mostrava risultati più rilevanti per chi si trovava in Italia, google.fr per chi era in Francia, e così via. Era una soluzione sensata in un’epoca in cui la geolocalizzazione automatica non era ancora sviluppata.

Oggi, però, le tecnologie di rilevamento della posizione tramite IP, GPS e impostazioni del dispositivo hanno reso superfluo l’uso dei ccTLD. L’esperienza è già localizzata in modo efficace, indipendentemente dal dominio utilizzato.

Google aveva già annunciato questo cambiamento nel 2017, specificando che i risultati delle ricerche sarebbero stati basati sulla posizione effettiva dell’utente. Questa strategia si è rivelata così efficace da rendere naturale il passo successivo: centralizzare tutto su google.com.

Una scelta anche strategica e operativa

Oltre agli aspetti tecnici, la chiusura dei ccTLD rappresenta una semplificazione sul piano operativo. Mantenere attivi, aggiornati e sicuri decine di domini nazionali comporta costi e complessità infrastrutturali. Unificare tutto su un unico dominio significa razionalizzare risorse e migliorare l’efficienza.

Dal punto di vista del branding, poi, puntare su un dominio unico rafforza la coerenza del marchio a livello globale. In un mondo sempre più interconnesso, Google sceglie di essere universalmente riconoscibile, senza frammentazioni.

Ma cosa cambia davvero per gli utenti?

Nella pratica quotidiana, molto poco. I risultati delle ricerche continueranno ad adattarsi alla posizione geografica dell’utente, che si trovi a Londra, Madrid o Berlino. Anche le preferenze di lingua e i contenuti localizzati rimarranno invariati.

Continuità normativa e tutela dell’utente

Un altro punto importante riguarda le normative nazionali. La scomparsa dei ccTLD non inciderà sul rispetto delle leggi dei singoli Paesi. Google ha chiarito che continuerà ad applicare la legislazione vigente in ogni nazione in base alla posizione dell’utente.

Ciò significa che in Italia, ad esempio, continueranno ad applicarsi il diritto all’oblio, la protezione dei dati personali secondo il GDPR, le normative sulla pubblicazione dei contenuti, in sostanza: cambiano gli indirizzi, ma non cambiano i diritti.

Quali implicazioni per brand e marketer?

Per i professionisti della comunicazione digitale, questa evoluzione comporta alcune riflessioni:

SEO e visibilità locale

L’ottimizzazione per la ricerca locale dovrà puntare sempre più su contenuti mirati, geotagging e schede Google Business ben curate, piuttosto che sulla presenza su un dominio locale. L’approccio è sempre più meno URL-centrico e più contenuto-centrico.

Brand identity globale

Per le aziende che operano su più mercati, la transizione verso un ambiente “domain-less” offre l’opportunità di rivedere la propria presenza digitale in ottica più globale, mantenendo al contempo declinazioni localizzate attraverso contenuti, lingua e campagne geo-targhettizzate.

User experience unificata

Una navigazione più omogenea è un vantaggio per la coerenza comunicativa. I brand possono strutturare funnel e percorsi utente senza doversi preoccupare delle variazioni di dominio.

Come digital agency, crediamo che questo passaggio rappresenti l’ennesima dimostrazione di come la centralità dell’utente sia la chiave di ogni evoluzione digitale. Google non “toglie” qualcosa, ma sposta il focus su quanto ormai da tempo sosteniamo sia il cuore di tutto, ossia esperienza reale, mobile, localizzata.

Le aziende che sapranno interpretare questo passaggio non in termini di perdita (di un .it), ma come opportunità per migliorare la propria presenza e rilevanza, saranno quelle in grado di fare la differenza nel panorama online.

Per questo continuiamo ad accompagnare i nostri clienti nella ridefinizione delle loro strategie, con un occhio attento all’evoluzione tecnologica, ma sempre ancorato ai bisogni delle persone.

Google dice addio ai domini nazionali, ma non dice addio alla personalizzazione dell’esperienza. Al contrario, ne migliora la qualità e la coerenza. La sfida ora è per brand, professionisti e agenzie di comunicazione: capire come valorizzare questa nuova normalità e trasformarla in un vantaggio competitivo.

La rivoluzione digitale passa (anche) da dettagli come questi, parlane con noi!

KEEP IN TOUCH

Iscriviti alla nostra newsletter, fidati, abbiamo belle storie da raccontarti.