Il panorama pubblicitario italiano ha appena valicato una soglia storica, un punto di non ritorno che ridefinisce i rapporti di forza tra brand e consumatori, e non si tratta di un semplice assestamento fisiologico, ma di un vero e proprio cambio di stato della materia comunicativa. Secondo i dati dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, nel 2025 l’internet advertising ha ufficialmente superato il 50% degli investimenti complessivi, segnando una crescita del 12% in un solo anno. Questo dato non è solo una statistica finanziaria, ma è la conferma definitiva che il centro di gravità del mercato si è spostato, compiendo quello che possiamo definire il grande switch.
Negli ultimi vent’anni, le regole del gioco si sono capovolte, perché se un tempo la pubblicità era un monologo unidirezionale calato dall’alto, oggi è un dialogo che avviene in uno spazio fluido, frammentato e dominato da nuovi protagonisti, ossia i creator, e per muoversi in questo scenario senza sprecare budget in tentativi velleitari, non basta più limitarsi a esserci, ma bisogna comprendere come la struttura stessa del messaggio sia mutata, passando da una logica di pressione (push) a una di attrazione (pull).
L’attenzione come moneta di scambio
Per decenni, il marketing ha operato secondo la logica push, con un modello che era lineare e prevedibile, pochi canali di massa (TV, stampa, grandi affissioni), un pubblico con molto tempo a disposizione e un’offerta di contenuti limitata. In questo contesto, il brand spingeva il proprio messaggio interrompendo l’esperienza dell’utente, con la pubblicità che era, di fatto, la tassa da pagare per guardare un film, ascoltare la radio o leggere un quotidiano, quindi con il potere era nelle mani di chi possedeva il mezzo di diffusione.
Oggi viviamo nell’era della pull, dove il paradigma è completamente invertito, infatti i contenuti sono infiniti e accessibili ovunque, ma il tempo e l’attenzione sono diventati le risorse più scarse e preziose sul mercato. Rachel Karten, nota esperta di social media, ha sintetizzato questa trasformazione con una frase che ogni CMO dovrebbe scolpire sulla propria scrivania: “I social stanno sostituendo la televisione. Smetti di fare pubblicità. Diventa lo show”.
Non è una provocazione, ma una indiscutibile realtà misurabile, basti leggere che negli Stati Uniti, i dati Nielsen confermano che il 12% del consumo televisivo totale avviene su YouTube. Questo significa che i contenuti digitali hanno conquistato il grande schermo del salotto, venendo fruiti con un’intenzionalità e una verticalità che prima era riservata esclusivamente al cinema o alle serie TV di alto livello. L’evidenza è che in un ecosistema pull, l’utente ha il potere assoluto di ignorare istantaneamente ciò che non gli interessa, e in un contesto di questo tipo sopravvive solo ciò che offre valore reale sotto forma di intrattenimento, informazione o ispirazione, quindi se il contenuto non è lo show, è solo rumore di fondo destinato a essere skippato in meno di tre secondi.
Costruire conversazioni e community
In questo scenario di sovraccarico informativo, limitarsi a elencare i vantaggi tecnici di un prodotto o il prezzo competitivo è una strategia miope. Il brand oggi non compete più solo con i propri diretti rivali di settore per una quota di mercato, ma con tutto ciò che è in grado di catturare l’attenzione dell’utente, lo scrolling infinito su TikTok, l’ultimo video di un gamer di successo, una partita di calcio in streaming o un podcast di approfondimento.
La vera sfida è trasformare il messaggio statico in una conversazione dinamica, perché l’obiettivo strategico si è spostato dalla singola vendita estemporanea alla costruzione di una community solida e attiva, e qui entrano in gioco i creator, i veri architetti delle relazioni nell’era digitale. I creator non sono semplici testimonial o volti noti prestati a un marchio; sono editori di se stessi che hanno fondato il proprio modello di business sulla fiducia e sulla coerenza. Un sondaggio Ipsos ha rilevato un dato impressionante, ossia che gli utenti online hanno il 98% di probabilità in più di fidarsi dei consigli di un creator su YouTube rispetto a quelli trovati su siti o app social generiche. Uno dei motivi principali è che i creator hanno capito, molto prima di molti brand storici, che la qualità del contenuto e la trasparenza generano un’audience dedicata che non si limita a consumare, ma partecipa, e collaborare con loro oggi non significa affittare uno spazio pubblicitario vuoto, ma ottenere il permesso di entrare in una relazione già consolidata, a patto di saperne rispettare i codici e il linguaggio nativo.
Creare asset, non semplici post
Se accettiamo che la comunicazione non sia più legata a una manciata di campagne stagionali ma debba alimentare un flusso costante di interazioni, ci scontriamo con un problema operativo, che è la sostenibilità creativa. Molti brand finiscono la benzina dopo poche settimane o producono contenuti frammentati che, pur essendo esteticamente validi, non costruiscono un’identità di marca coerente nel tempo.
La soluzione professionale a questo problema risiede nel concetto di format. Nato storicamente in ambito televisivo per dare struttura e valore economico a un’idea replicabile, il format è diventato l’architrave indispensabile della strategia digitale, quando un’azienda deve produrre decine di contenuti al mese, ha bisogno di una formula magica a cui fare riferimento, una struttura fissa che permetta di velocizzare la filiera produttiva, ottimizzare i costi e, soprattutto, abbassare il rischio creativo.
Il format crea riconoscibilità istantanea, è la promessa silenziosa che facciamo all’utente dicendo: “se torni su questo canale, troverai esattamente il tipo di valore che ti aspetti, declinato in modi sempre nuovi”. È attraverso la ripetizione intelligente che la fruizione casuale si trasforma in abitudine consolidata, perché ogni episodio di un format ben riuscito non è un evento isolato, ma un tassello che rafforza i precedenti, generando un effetto di accumulo in termini di familiarità, fiducia e memoria di marca. Su piattaforme come YouTube, questo effetto è potenziato dalla natura long-tail e evergreen dei contenuti, in quanto un video ben strutturato e correttamente indicizzato continua a generare visualizzazioni e lead per mesi o addirittura anni dopo la sua pubblicazione, trasformandosi da costo di marketing a vero e proprio asset proprietario dell’azienda, video reaction, podcast di approfondimento, challenge tematiche o rubriche di interviste non sono solo video, ma territori mentali che un brand può presidiare con autorità.
Strategie di ingresso
Davanti a questo scenario, ogni brand si trova oggi di fronte a un bivio strategico fondamentale, che determinerà il ritorno sull’investimento nel medio periodo.
La prima strada è quella della costruzione di una propria casa, approccio che prevede lo sviluppo di format originali e canali proprietari, dove il brand assume il ruolo di editore. In questa configurazione, i creator vengono coinvolti come volti o consulenti per dare forza, credibilità e distribuzione al progetto, è un percorso più impegnativo, che richiede visione a lungo termine e una gestione editoriale professionale, ma che porta alla creazione di un valore inestimabile composto da un’audience proprietaria che non dipende esclusivamente dagli algoritmi delle piattaforme o dai budget di sponsorizzazione, e questa è la trasformazione definitiva del brand in un media.
La seconda strada è quella dell’inserimento in format e canali già esistenti, sfruttando community consolidate e sistemi distributivi già oliati dai creator, il brand può ottenere risultati rapidi e misurabili in termini di reach e conversioni. Tuttavia, in questo scenario l’azienda resta un ospite in un ecosistema altrui, il che rappresenta una tattica eccellente per il lancio di nuovi prodotti o per campagne stagionali, ma meno efficace, se usata da sola, per la costruzione di una brand equity indipendente e duratura.
L’errore fatale che molti brand commettono è quello di entrare in un format con la vecchia mentalità dello spot, ma cercare di massimizzare la visibilità nel breve termine attraverso messaggi invasivi, eccessivamente istituzionali o, peggio, disallineati dal tono di voce del creator, distrugge istantaneamente il legame di fiducia con il pubblico, e in un mondo dominato dalla logica pull, se interrompi bruscamente la relazione tra il creator e la sua community, non sei più un partner ma sei un intruso, ricordiamoci che la coerenza e la rilevanza sono gli unici passaporti validi per essere accettati e ascoltati.
Anatomia della sponsorizzazione
Per operare con successo questo switch, è necessario analizzare i diversi gradi di integrazione pubblicitaria, scegliendo quello più adatto agli obiettivi di business. Ne evidenziamo quattro, partendo dalla presenza di Cornice (powered by) che rappresenta l’integrazione più leggera. Il brand appare nella sigla, nei titoli di coda o nel copy. È una soluzione utile per mantenere una top-of-mind costante, ma raramente sposta l’ago della bilancia su obiettivi di conversione complessi.
Abbiamo poi il product placement organico, dove il prodotto entra a far parte della scenografia o del contesto narrativo in modo naturale, non viene necessariamente descritto, ma la sua presenza valida lo stile di vita o i valori che il contenuto esprime. Funziona egregiamente quando il contesto è coerente (si pensi a un brand di attrezzatura tecnica usato durante un tutorial professionale).
Proseguendo abbiamo lo shoutout (la menzione diretta), ossia il momento in cui il creator “rompe la quarta parete” per presentare lo sponsor. Per non risultare fastidiosa, questa menzione deve essere trasparente, onesta e, idealmente, arricchita da un valore aggiunto per l’utente, come un approfondimento esclusivo o un vantaggio economico dedicato.
Vi è poi il branded entertainment, ossia la co-produzione di contenuti, questo rappresenta l’apice della sinergia strategica. Brand e creator progettano insieme una miniserie, un documentario o una rubrica fissa. In questo caso, la linea di demarcazione tra pubblicità e intrattenimento svanisce, qui il brand non sta finanziando uno show, ma il brand diventa show. In questa configurazione l’utilità o il divertimento per l’utente devono sempre sedere al primo posto, con la presenza del marchio che agisce come abilitatore di quel valore.
L’attenzione si conquista, non si impone
Il passaggio al digitale non è una mera questione di spostamento di budget da un mezzo all’altro, ma una rivoluzione psicologica e culturale. In Italia, la saturazione dei media tradizionali e la crescita esponenziale dei creator hanno ridefinito il contratto sociale tra chi comunica e chi riceve il messaggio.
Oggi l’attenzione non è più un diritto che si può acquistare a pacchetti, è un privilegio che va meritato ogni giorno attraverso la qualità, la coerenza e il rispetto per l’intelligenza del consumatore. I brand che avranno successo nel prossimo decennio sono quelli che avranno il coraggio di compiere il grande switch, quindi smettere di urlare per farsi sentire tra la folla e iniziare a costruire territori narrativi così magnetici da spingere le persone a cercarli attivamente, trasformare la pubblicità da interruzione fastidiosa ad asset di valore, dove il prodotto non è l’ostacolo tra l’utente e il suo divertimento, ma il protagonista di una storia che vale davvero la pena di essere vissuta e condivisa.
