C’è un dettaglio, nell’ultimo spot del 2025 di Apple, che probabilmente non in tanti hanno notato davvero. Non emerge guardando il video e non viene evidenziato nemmeno nel “making of” disponibile on line. Stiamo parlando di un dettaglio nascosto nelle note di produzione che racconta più di mille presentazioni su branding, storytelling o marketing digitale. Un dettaglio che non riguarda i personaggi animati, le luci cinematografiche e nemmeno le prestazioni del nuovo iPhone 17 Pro, ma riguarda semplicemente una scritta.
Alla fine dello spot “A Critter Carol”,nei titoli di coda, compare un font semplice, irregolare, materico. Non è perfetto. Non è pulito. Non è “digitally flawless”. In un progetto qualunque del 2025 probabilmente sarebbe stato scelto in pochi secondi da una libreria online, come Adobe Fonts, applicato con un paio di clic e dimenticato subito dopo.
Ma Apple è Apple, è ha fatto l’esatto contrario. Per quei pochi secondi di testo, che ai più potrebbero risultare insignificanti, o comunque non degni di troppa attenzione, Apple ha creato un font completamente nuovo: SF Wood.
Nel marketing il dettaglio diventa strategia
SF Wood nasce dal font istituzionale di Apple, SF Pro. Ma invece di essere manipolato digitalmente, è stato inciso fisicamente su blocchi di legno veri, inchiostrato a mano, stampato con pressioni irregolari su carta, scansionato e infine inserito nel video. Ogni sbavatura, ogni imperfezione, ogni traccia lasciata dalla mano umana è stata conservata. Ora la domanda è inevitabile: perché farlo?
Perché investire tempo, budget e competenze su un dettaglio che lo spettatore percepisce (forse) per una frazione di secondo? Perché scegliere una strada così apparentemente inefficiente, in un’epoca in cui l’AI permette di ottenere risultati visivamente impeccabili in pochi istanti? La risposta è una delle lezioni di marketing più rilevanti di questo momento storico.
La perfezione non vale più nulla
È il titolo di questo articolo e lo ribadiamo. Viviamo in un mondo saturo di contenuti generati artificialmente. L’intelligenza artificiale ha abbattuto le barriere di accesso alla “perfezione”: immagini perfette, video iperrealistici, motion fluidissimi sono diventati purtroppo (e ripeterò purtroppo all’infinito) economici, replicabili, abbondanti, e quando qualcosa diventa facile da ottenere, perde valore.
Oggi, parliamoci chiaro, nel mondo della comunicazione di improvvisazione ne troviamo tanta e l’incompetenza di talune aziende questa improvvisazione l’alimenta provocando dispersione. Del resto i dati sui fatturati delle agenzie in Italia parlano chiaro, il 52 per cento di queste non supera i centomila euro di fatturato annuo. Piccola deviazione, dovuta, ora torniamo all’argomento per ribadire che nel caso di A Critter Carol, la vera differenza non sta più nel risultato finale, ma nel processo che lo ha generato. Apple, con questo spot, non ha semplicemente raccontato una storia natalizia. Ha comunicando che dietro a quel contenuto ci sono persone reali, che hanno costruito, sbagliato, rifatto, toccato materiali, perso tempo e creato valore ma senza ricorrere a qualche prompt che avrebbe reso lo spot simile a tanti altri e nel bel mezzo di una mischia. In un’epoca di contenuti sintetici, questa è una dichiarazione di valore potentissima.
Il marketing della tangibilità
Il “Making Of” rilasciato da Apple non è un semplice contenuto accessorio. È parte integrante della strategia. È una dimostrazione di quello che potremmo definire marketing della tangibilità. Negli ultimi mesi abbiamo visto molti brand storici inseguire l’AI generativa come scorciatoia creativa realizzando campagne costruite su immagini artificiali, mondi iperrealistici ma freddi, emozioni simulate. In diversi casi, il risultato è stato un senso di distanza, quasi di inquietudine.
Apple con l’agenzia di comunicazione che ha curato la campagna ha scelto una strada opposta. Quasi controcorrente, perché tutto, nello spot di Apple, doveva essere vero.
Non pupazzi davanti a un green screen, ma un ecosistema fisico completo.
Costruire mondi reali, non simularli
Per lo spot è stata costruita un’intera foresta in miniatura, sollevata da terra di circa un metro. Non per esigenze scenografiche, ma per permettere a decine di burattinai di muoversi sotto il set, nascosti alla vista della telecamera, ma fisicamente presenti in ogni scena. Ogni animale è stato realizzato artigianalmente: armature mobili interne, corpi scolpiti in schiuma, pellicce applicate ciocca per ciocca. Nulla è stato lasciato al caso. Nulla è stato “generato”. L’intervento digitale si è limitato all’indispensabile: rimuovere qualche testa di burattinaio finita accidentalmente nell’inquadratura, estendere leggermente alcuni sfondi. Tutto il resto è realtà catturata. Non costruita in post-produzione, ma vissuta sul set.
L’elogio dell’imperfezione
C’è una figura professionale citata nel dietro le quinte che racconta perfettamente questa filosofia: il puppet stylist. In un flusso di lavoro dominato dall’AI, l’obiettivo è sempre lo stesso: pulire, levigare, rendere perfetto. Il puppet stylist, invece, aveva il compito opposto: sporcare (meraviglioso). Spettinare il pelo. Renderlo irregolare. Usurarlo. Dare agli animali quell’aspetto vissuto, imperfetto, credibile. Gli occhi dei pupazzi sono di vetro e resina, dipinti a mano per catturare riflessi reali. Le espressioni facciali non sono simmetriche, ma leggermente sbilanciate, come quelle umane. Queste non sono imperfezioni. Sono segnali di verità. Se qualcuno si stesse chiedendo se possiamo non ricorrere all’intelligenza artificiale, ecco la piu’ brillante risposta che potesse essere servita.
Il cervello riconosce l’umano
Il nostro cervello è estremamente sensibile a questi dettagli. Anche quando non ne siamo consapevoli, cerchiamo indizi che ci dicano se ciò che stiamo guardando è reale o artificiale. Nei contenuti generati dall’AI, per quanto perfetti, manca qualcosa, ossia il peso, l’attrito, la fatica. E il cervello, lo sappiamo tutti, lo percepisce. Etichetta quel contenuto come “falso” e abbassa il livello di coinvolgimento emotivo.
Quando invece riconosce lo sforzo umano , che sia un movimento imperfetto, una luce dura o una texture irregolare, ecco che succede l’opposto. Si attiva l’empatia e ci fidiamo di più.
Il principio della “segnalazione costosa”
La scelta di Apple è tutto fuorché romantica. È profondamente strategica. Si basa su un principio noto in biologia evolutiva ed economia comportamentale: il Costly Signaling. il significato di “costly signaling” in italiano è “segnalazione costosa” o “segnalazione onerosa”, ed è un’importante concetto economico-sociale in base al quale un individuo compie un’azione dispendiosa (in termini di tempo, denaro, sforzo) per dimostrare in modo credibile una qualità nascosta (come competenza, impegno, ricchezza) a un osservatore, che altrimenti non potrebbe verificarla, rendendo difficile la simulazione da parte di chi non possiede tale qualità. Il costly signaling in questo caso elimina immediatamente tutti quelli che con l’intelligenza artificiale pensavano di potersi accreditare di un qualcosa che a loro non appartiene.
Nel branding accade la stessa cosa.
Quando la perfezione è diventata gratuita, ciò che costa davvero è il tempo umano.
Intagliare un font nel legno. Costruire pupazzi a mano. Investire settimane in un set fisico. Tutto questo comunica una cosa sola: “Abbiamo sprecato risorse per te, perché tu conti”. E questa modalità non è per tutti.
Dalla fatica nasce il valore percepito
Il “Making Of” diventa quindi parte della narrazione. Non serve solo a mostrare come è stato fatto lo spot, ma a dimostrare quanto sia stato difficile farlo.
E questo è un messaggio potentissimo. Stiamo vivendo una crescente stanchezza da parte del pubblico di realtà simulate. Lo vediamo nel cinema, dove sempre più produzioni tornano a set reali ed effetti pratici. Lo ritroviamo negli spot e in tutte le produzioni. Più l’AI rende facile il risultato finale, più nei brand cresce il desiderio di qualcosa di ruvido, tangibile, imperfetto, vero. Il valore si sposta, e lo vediamo ogni giorno nel nostro lavoro, dal cosa al come. L’ossessione per l’efficienza e per l’apparenza “effortless” sta diventando controproducente. Oggi, se vuoi essere percepito come premium, non devi nascondere la fatica. Devi mostrarla.
Documentare il processo, raccontare le ricerche fatte, i dati analizzati manualmente, le decisioni difficili, insomma, valorizzare tutti i dettagli che sono palesemente umani.
Tecnologia come strumento, non come scorciatoia
Apple ha utilizzato l’iPhone 17 Pro, il simbolo della tecnologia più avanzata, non per creare una realtà finta, ma per catturare una realtà costruita a mano. Ed è forse questa la lezione più importante, ossia, che la tecnologia è straordinaria, ma non è ciò che emoziona. Ciò che emoziona è vedere cosa sono capaci di fare le mani, la testa e il tempo di un altro essere umano. Ed è lì, esattamente lì, che nasce il vero valore della comunicazione.
